La successione apostolica, nostre radici comuni. «Così come una scintilla di fuoco e una goccia d’acqua sono, secondo l’essenza, come un incendio o una massa d’acqua»

Sono un comunicatore e come tale curo da quasi 20 anni la comunicazione di Padre Jarosław (Jarek) Cielecki e di VSN-Vatican Service News da lui fondato e diretto, e successivamente anche dell’Associazione Ecumenica delle Case di Preghiera di San Charbel da lui fondate e guidate. Essendo questo Blog dell’Editore organo di comunicazione ufficiale di Padre Jarek, pubblichiamo regolarmente le notizie sulle sue attività missionarie, continuando anche dopo la sua accoglienza nella Chiesa Cattolica Nazionale in Polonia [Padre Jarek Cielecki di San Charbel è accolto nella Chiesa Cattolica Nazionale in Polonia – Un nuovo inizio nel segno del Corpus Domini – 15 giugno 2020]. A seguito degli articoli pubblicati, ricevo spesso domande sullo status canonico di Padre Jareki e della Chiesa Cattolica Nazionale in Polonia (KKN) [Quia ventum seminabunt, et turbinem metent. Lettera del Vescovo Adam Rosiek sul pellegrinaggio di San Charbel in terra polacca. E altro – 24 settembre 2020] di cui fa parte.

Per quanto riguarda la posizione canonica di Padre Jarek Cielecki (come ho già chiarito più volte, ma c’è chi non vuole leggere e, se legge, non è in grado di comprendere o di voler capire), non è “uscito” dalla “Chiesa Cattolica”, come qualcuno continua a sostenere. Era, è e rimane sacerdote Cattolico per sempre. Precedentemente era incardinato nella Diocesi di Rožňava della Chiesa Cattolica Romana in Slovacchia e il 14 luglio 2020 è stato accolto nella Chiesa Cattolica Nazionale in Polonia (Katolickiego Kościoła Narodowego w Polsce-KKN), una piccola Chiesa Cattolica (nella tradizione dei veterocattolici). La KKN ha tutti i sacramenti della Chiesa Madre, la Chiesa Cattolica Romana e ne accetta tutti i dogmi, rispetta e onora il Papa, pregando per lui nel canone della Santa Messa. Padre Jarek oggi è parroco-custode della Parrocchia-Santuario di Nostra Signora dell’Assunzione e San Charbel a Florencja vicino a Iłża in Polonia [Pagina Facebook della parrocchia], eretta dal Primo Vescovo della KKN, Mons. Adam Rosiek, che ha la successione apostolica. In questo studio cercheremo di spiegare il significato di questa affermazione.

Per poter fare questo, è necessario chiarire due concetti: 1. Cosa significa essere Cattolico? 2. Cosa significa avere la successione apostolica?

Il Concilio di Nicea, tenutosi nel 325, è stato il Primo Concilio Ecumenico. Venne convocato e presieduto dall’Imperatore Costantino I, il quale intendeva ristabilire la pace religiosa e raggiungere l’unità dogmatica, minata da varie dispute, in particolare sull’arianesimo (lo scopo era quello di rimuovere le divergenze sorte inizialmente nella Chiesa di Alessandria d’Egitto e poi diffuse largamente sulla natura di Cristo in relazione al Padre; in particolare, se egli fosse “nato” dal Padre e così della stessa natura eterna del Padre o se invece, come insegnava Ario, egli fosse stato “creato” e avesse così avuto un inizio nel tempo). Il suo intento era anche politico, dal momento che i forti contrasti tra i cristiani indebolivano anche la società e con essa lo Stato Romano. Con queste premesse, il Concilio ebbe inizio il 20 maggio 325. Data la posizione geografica di Nicea, la maggior parte dei vescovi partecipanti proveniva dalla parte orientale dell’Impero.

Il Credo del Concilio di Nicea del 325: “Crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore di tutte le cose visibili e invisibili. E in un solo Signore, Gesù Cristo, il Figlio di Dio, generato dal Padre, unigenito, cioè dall’essenza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, vero Dio da vero Dio, generato, non creato, consustanziale con il Padre; per mezzo di lui tutte le cose sono state create, sia quelle nel cielo sia quelle sulla terra; per noi gli uomini e per la nostra salvezza discese e si è incarnato; morì ed è risuscitato il terzo giorno ed è salito nei cieli; e verrà per giudicare i vivi e i morti. E nello Spirito Santo. A riguardo di quelli che dicono che c’era un tempo quando Egli non c’era, e prima di essere generato non c’era, e che affermano che è stato fatto dal nulla o da un’altra sostanza o essenza, o che il Figlio di Dio è una creatura, o alterabile o mutevole, la santa cattolica e apostolica Chiesa li anatematizza”.

Cosa significa essere cattolico? Una parola antica rivisitata di nuovo

“Sant’Agostino adottava l’uso onnicomprensivo del termine «Catholica» nel presupposto che fosse inequivocabilmente riferito all’«Ecclesia», non in quanto sinonimo, ma nella consapevolezza della «ratio Ecclesiae», perché la Chiesa – lasciando da parte la vexata questio tra substistit in ed est – o è cattolica oppure non è Chiesa” (Brunero Gherardini).

“Ecco la verità che tutti devono professare: tutto quello che è stato creduto dappertutto, sempre e da tutti; questa infatti è la vera e propria verità cattolica” (Vincenzo da Lerin, un monaco sacerdote morto nel 450).

“Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 18b-20). “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura” (Mc 16, 15). Gesù ha OGNI potere e Suo ordine è di annunciarLo a tutti i popoli, custodire tutto il Suo insegnamento, nella certezza che sarà tutti i giorni con noi.

La radice di entrambe le parole – Cattolico e Ortodosso – rimanda al significato originario di (Chiesa) “autentica”

Nel I e II secolo, i seguaci di Gesù Cristo iniziarono ad essere riconosciuti come “Cristiani” e con il Primo Concilio Ecumenico, il Concilio di Nicea del 325 anche come “Cattolici”. L’etimologia della parola “cattolico” deriva dal greco “katholicos” ed è formata dall’unione del prefisso rafforzativo “katà” con il termine “òlos (tutt’uno, tutto intero, in senso più ampio, universale). Da qui la dicitura “Chiesa Universale” per “Chiesa Cattolica”.

Nella Bibbia non si trova il termine “cattolico”, che appare per la prima volta in una frase del Padre della Chiesa Ignazio di Antiochia (ca. 130-140): “Dove c’è Gesù Cristo là c’è la Chiesa Cattolica”. Ma come abbiamo visto, nei Vangeli si trova l’espressione “ogni”, che in greco è “katholon”.
Essere “Cattolico” significa “essere pienamente Cristiano”, “Cristiano autentico”, “Cristiano universale”. Il Cattolicesimo è il Cristianesimo nella sua “totalità”, mentre la Cattolicità è sia verticale (che è avere tutto Cristo, essere discepoli), sia orizzontale (che è portare Cristo a tutti, essere missionari).

Essere Cattolico è quindi essere totalmente discepolo, totalmente missionario, totalmente Cristiano. San Cirillo di Gerusalemme (315-386) diceva: “La Chiesa è Cattolica perché è diffusa in tutto il mondo; insegna in pienezza tutta la dottrina che l’umanità deve conoscere; conduce tutta l’umanità all’obbedienza religiosa; è la cura universale per il peccato e possiede tutte le virtù”.

Fino al “Grande Scisma” (che si consumò il 16 luglio 1054, quando il legato di Papa Leone IX, il Cardinale Umberto di Silva Candida depositò sull’altare di Santa Sofia una bolla di scomunica contro il Patriarca Michele I Cerulario e i suoi sostenitori, atto che venne inteso come scomunica pure della Chiesa Bizantina, a cui Cerulario rispose scomunicando Umberto di Silva Candida e gli altri legati papali, il 24 luglio 1054) i due sensi di “cattolico” come “universale e ortodosso” sono stati uniti.

All’inizio, la Chiesa Cristiana riconosceva la posizione principale di tre vescovi, conosciuti come patriarchi: il Vescovo di Roma, il Vescovo di Alessandria e il Vescovo di Antiochia, a cui si aggiunsero il Vescovo di Costantinopoli e il Vescovo di Gerusalemme. Ma poi il Grande Scisma – conosciuto dalla storiografia occidentale come Scisma d’Oriente e definito dagli orientali lo Scisma dei Latini – ovvero l’evento che, rompendo l’unità di quella che fu la Chiesa di Stato dell’Impero romano basata sulla Pentarchia, ha diviso la Cristianità Calcedonese in:

– “Occidentali”, che hanno continuato ad usare la definizione “Cattolica” (le Chiese Cattoliche, tra cui la Chiesa Cattolica Romana, auto-attribuendosi il primato – anche giurisdizionale – del Vescovo di Roma, in quanto considerato successore dell’Apostolo Pietro, tra tutte le altre Chiese, sia Occidentali Cattoliche sia Orientali Ortodosse; il termine “cattolico” viene riferito, per lo più in modo improprio, ai Cristiani che fanno capo al Papa di Roma);
– “Orientali”, che hanno adottato l’aggettivo “Ortodossa”, ritenendo di rappresentare la continuità della Chiesa indivisa del primo millennio, restando sulla giusta o retta via da percorrere nella tradizione della Chiesa di Cristo antica, senza cedimenti a quelle che riteneva innovazioni dei Latini (le Chiese Ortodosse, autocefale).

Sebbene normalmente si indichi il 1054 come anno del Grande Scisma, questo fu in realtà il risultato di un lungo periodo di progressivo distanziamento fra le due Chiese. Le dispute alla base del Grande Scisma erano sostanzialmente due:

– La prima disputa riguardava l’autorità papale: il Papa (ossia il Vescovo di Roma), ritenendosi investito del primato petrino su tutta la Chiesa per mandato di Cristo, da cui avrebbe ricevuto le “chiavi del Regno dei Cieli” e l’autorità di “pascerne gli agnelli” (cfr. i Vangeli di Matteo e Giovanni) e quindi di un vero potere giurisdizionale (secondo il linguaggio rabbinico conferire le chiavi a qualcuno significa investirlo di un’autorità), iniziò a reclamare la propria “naturale” autorità anche sui quattro patriarcati orientali (Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, che, con Roma, formavano la cosiddetta Pentarchia). Questi erano disposti a concedere al Patriarca d’Occidente un primato solo d’onore e a lasciare che la sua autorità effettiva si estendesse solo sui cristiani d’Occidente, ritenendo il primato romano privo di fondamento scritturistico.
– La seconda disputa, di ambito trinitario e apparentemente meno “politica”, concerneva l’aggiunta del Filioque nel Credo niceno, avvenuta in ambito latino.

Esistevano inoltre altre cause, meno significative, fra le quali talune variazioni di certi riti liturgici (questione dell’uso del pane azzimo durante l’Eucaristia, il matrimonio dei sacerdoti, la confermazione dei battezzati riservata soltanto al vescovo, ecc.). Ma anche e soprattutto ragioni politiche (alleanza papale con Franchi e Normanni) e rivendicazioni conflittuali di giurisdizione (nel sud Italia, nei Balcani e nell’area slava).

Comunque, tornando ai termini, la radice di entrambe le parole – cattolico e ortodosso – rimanda al significato originario di (Chiesa) “autentica”.

Si ritengono “cattoliche” le Chiese Veterocattoliche (nella cui tradizione si trova la Chiesa Cattolica Nazionale in Polonia), le Chiese Anglicane, le Chiese Ortodosse, alcune Chiese Evangeliche ed anche la Chiesa Cattolico Romana. Chi sia “cattolico” non viene deciso da una persona terrestre o da una “commissione della Fede”. Infatti dove è Cristo, dove una comunità e una Chiesa locale si riunisce intorno a lui, lì c’è la Chiesa Cattolica. Il Primo Vescovo Veterocattolico della Germania, Mons. Joseph Hubert Reinkens (1821-1896) ha coniato la formula giusta: ogni singola comunità cristiana, dovunque sia, è l’unica e totale Chiesa, “così come una scintilla di fuoco e una goccia d’acqua sono, secondo l’essenza, come un incendio o una massa d’acqua”.

Dal punto di vista del contenuto, fa parte della Cattolicità di una comunità ecclesiale, la salvaguardia della grande triplice opzione della Chiesa di Cristo antica riguardante il canone della Sacra Scrittura, la professione della Fede, il triplice ufficio di diaconato, presbiterato ed episcopato.

Il Primo Vescovo della Chiesa Cattolica Nazionale in Polonia, Mons. Adam Rosiek, nella chiesa parrocchiale-santuario di Nostro Signora dell’Assunzione e San Charbel a Florencja, vicino a Iłża in Polonia.

Definizione di successione apostolica. Cosa significa avere la successione apostolica?

Una antica disciplina storiografica, basata sulla dottrina teologica della successione apostolica della Chiesa Cattolica, della Chiesa Ortodossa e della Chiesa Apostolica Armena, si chiama genealogia episcopale. In parole semplici, seguendo l’esempio di un albero genealogico nelle famiglie, esiste uno schema simile di parentela tra i vescovi. La genealogia episcopale costituisce una disciplina storiografica che studia questa parentela, che nasce attraverso il sacramento della consacrazione episcopale. Quando un vescovo ne consacra un altro, tra i due si stabilisce un legame gerarchico assai simile a quello tra padrino e figlioccio. Tale dottrina serve pure a memorizzare l’elenco dei consacratori e le date di ordinazione, costruendo in tal modo un preciso elenco dal quale si evince il rapporto esistente tra diversi vescovi nel corso del tempo. Ogni vescovo si sente spiritualmente legato al suo consacratore e questi a colui che l’ha preceduto fino a risalire alla radice dell’albero genealogico.

Questa lista consacra un legame perenne, unitamente ai poteri e alle autorità apostoliche, tra tutti i vescovi, proveniente dagli apostoli e dai loro successori. Questo avviene con l’imposizione delle mani da parte di vescovi validamente consacrati, attraverso la quale si ricostruisce e si tramanda l’origine e la discendenza tra consacratore e consacrato. Questa relazione tra i vescovi è chiamata in teologia la successione apostolica, la “discendenza” dei vescovi dagli Apostoli attraverso la genealogia episcopale. La successione apostolica consiste in uno degli attributi della Chiesa Cristiana: l’apostolicità, stabilita al Primo Concilio di Costantinopoli (381) e proclamata nel Simbolo niceno-costantinopolitano, detto Credo.

Quindi, la successione apostolica costituisce una catena ininterrotta di imposizione delle mani da parte di vescovi su generazioni successive di nuovi vescovi, che continua dai tempi apostolici fino ad oggi. Ciò significa, che la dignità episcopale di ciascuno dei vescovi viene direttamente da uno degli apostoli.

L’accettazione di questa dottrina è alla base della struttura episcopale delle maggiori Chiese Orientali e Occidentali. Attraverso la successione apostolica, che unisce i vescovi di ogni tempo e di ogni luogo con la primitiva comunità cristiana di Gerusalemme e con il suo fondatore Gesù, si trasmette il depositum fidei.

Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica (N. 857), la Chiesa è Apostolica perché «è fondata sugli Apostoli, e ciò in un triplice senso: essa è stata e rimane costruita sul “fondamento degli Apostoli” (Ef 2,20), testimoni scelti e mandati in missione da Cristo stesso; custodisce e trasmette, con l’aiuto dello Spirito che abita in essa, l’insegnamento, il buon deposito, le sane parole udite dagli Apostoli; fino al ritorno di Cristo, continua ad essere istruita, santificata e guidata dagli Apostoli grazie ai loro successori nella missione pastorale: il collegio dei Vescovi, “coadiuvato dai sacerdoti ed unito al successore di Pietro e supremo pastore della Chiesa” (Concilio ecumenico vaticano II, Ad gentes, 5)». In modo sintetico: il Successore degli Apostoli è Maestro di Verità, Ministro della Grazia e Pastore del Popolo di Dio.

Le Chiese sorte a seguito della Riforma hanno rotto questa successione apostolica, rifiutando il sacerdozio sacramentale-ufficiale. Nel loro caso, stiamo solo parlando di stirpe apostolica, non di successione apostolica.
Invece, il Grande Scisma – la grande divisione del cristianesimo avvenuta nel XI secolo, che portò alla nascita della Chiesa Occidentale-Cattolica e della Chiesa Orientale-Ortodossa – non ruppe la successione apostolica. Le Chiese Orientali che hanno interrotto i loro legami con Pietro a seguito del Grande Scisma, tuttavia, non hanno mai interrotto il loro rapporto episcopale con la Chiesa Cattolica. Anche i vescovi delle Chiese Orientali ereditano ininterrottamente la loro discendenza dagli apostoli: Sant’Andrea e San Marco, mentre la Chiesa Occidentale discende da San Pietro e San Paolo.

La prima successione apostolica è menzionata in Atti 1,24, che narra di come gli Undici confermano il discepolo Mattia a sostituire Giuda Iscariota, il traditore, che si era impiccato.

San Giovanni Crisostomo sottolineò come fu lo Spirito Santo a scegliere e mostrare agli Undici il nuovo nome del designato. San Paolo ammonì i fedeli di Corinto che il successo dell’opera apostolica trova la sua causa prima nello Spirito Santo (1 Corinzi 3,6), che per il tramite dei Suoi servitori incide nel contesto terreno degli altri fedeli e dei convertiti.

In 2 Timoteo 1,6 viene chiarito che la successione apostolica si trasmette per “imposizione delle mani”, segno storico distintivo e di riconoscimento dei riti di consacrazione episcopale, pur nella diversità delle formule d’elezione che potevano essere pronunciate. Al riguardo la Commissione teologica internazionale, nel documento L’apostolicità della Chiesa e la successione apostolica, così afferma: «Nulla, nella Chiesa, sfugge alla mediazione apostolica: né i pastori né il gregge, né gli enunziati di fede né le norme di vita cristiana. […] Nessun predicatore del Vangelo ha il diritto di escogitare un piano di annunzio evangelico secondo le proprie ipotesi. Egli annunzia la fede della Chiesa apostolica e non la propria personalità o le proprie esperienze religiose. Ciò comporta che ai due elementi menzionati della regola di fede — forme e contenuto — viene ad aggiungersene un terzo: la regola di fede esige un testimone “inviato”, che non s’autorizzi da sé stesso e che nessuna comunità particolare è capace di autorizzare, e ciò in forza della trascendenza della Parola. L’autorizzazione non può venirgli se non sacramentalmente attraverso quelli che sono già inviati».

In Atti 15,2 viene evidenziato che Paolo e Barnaba, essendo in disaccordo con alcuni, per risolvere la questione si sono recati dagli Apostoli e dagli anziani. Atti 15,24 testimonia di annunziatori che, senza aver ricevuto alcun incarico, con i loro discorsi hanno sconvolto gli animi.

Condizioni storiche della successione apostolica

Quindi, il procedimento della genealogia episcopale possiede radici antichissime. Però, nel Medioevo le consacrazioni episcopali non era così importante per la comunità stessa, non erano così descritte e archiviate come le conosciamo oggi. Il sacramento della consacrazione episcopale era trattato alla pari del sacramento del battesimo, del matrimonio e degli altri sacramenti. Perciò, la carenza di fonti paleografiche ha consentito certezze storiche circoscritte agli ultimi secoli e ciò grazie alla creazione degli stati delle anime e dei registri parrocchiali deliberati dal Concilio di Trento (1545-1563). La situazione è cambiata solo da quel momento e le informazioni sui gerarchi della Chiesa Cattolica Romana sono state registrate negli archivi.

Questo cambiamento era il risultato dei crescenti movimenti di riforma nella Chiesa Cattolica Romana. L’emergere dei movimenti hussiti, luterani e calvinisti rese necessario iniziare a descrivere la linea di successione apostolica dei vescovi, per mantenere la certezza e la purezza della parentela episcopale. Furono creati archivi ecclesiastici, che includevano, tra le altre cose, uno studio dettagliato della linea di successione apostolica dei vescovi della Chiesa Occidentale. Sulla scia di ciò, attività simili furono intraprese anche nelle Chiese Orientali.

Nell’Ottocento, a seguito di un piccolo scisma dopo il Concilio Vaticano I, si formarono comunità di Chiese Veterocattoliche, che però non interruppero mai la successione apostolica. Nelle Chiese Veterocattoliche e nazionali (tra cui la Chiesa Cattolica Nazionale in Polonia), la successione apostolica è accuratamente controllata e trasmessa alle generazioni successive di vescovi.

Ogni anello della catena di successione è estremamente importante nella successione apostolica, osserva il Vescovo Adam Rosiek. Quando si studia le linee di successione nella Chiesa di Cristo, si nota una regolarità che cresce al di là del solito discorso teologico-storico. Questo peculiare fenomeno (regolarità) è un fenomeno – conclude Mons. Rosiek – che possiamo ascrivere allo Spirito Santo, che pone in ogni linea di successione apostolica un anello particolarmente importante, dal punto di vista ecclesiale e spirituale.

Il Cardinale Scipione Rebiba (1504-1577) oggi è chiamato il “Grande Successore”, perché da lui proviene l’ininterrotta successione apostolica, che diede alla Chiesa molti grandi vescovi, cardinali e papi, tra cui San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Cioè, coloro che hanno inteso ricostruire le genealogie episcopali dei vescovi Cattolici e dei Romano Pontefici, si sono quasi per tutti arrestati al Cardinal Rebiba, il capostipite genealogico della maggior parte dei vescovi viventi, oltre il quale non è possibile risalire.

Sigillo del Cardinale Scipione Rebiba (1556). L’iscrizione sul bordo è: “SCIP[IO] REBIBA T[I]T[ULI] S[ANCTAE] POTEN[TIANAE] S[ANCTAE] R[OMANAE] E[CCLESIAE] PRESBI[TER] CARDI[NALIS] PISIS AD CAES[AREM] ET REGEM ANGLIAE LEGATUS”; quella sotto le tre immagini al centro: “S. THOMAS S. POTENTIA[NA] S. BLASIUS”.

Scipione Rebiba nacque il 3 febbraio 1504 a San Marco d’Alunzio (piccolo centro siciliano arroccato su una collina dei monti Nebrodi, a quel tempo facente parte dell’Arcidiocesi di Messina), da Francesco e Antonia Lucia Filingeri. Intraprese gli studi giuridici a Palermo, conseguendo la laurea in utroque iure e quelli teologici. Ricevette gli ordini minori e quelli maggiori negli anni 1524-1528, mentre era Arcivescovo Giovanni Carandolet e fu insignito di un beneficio nella chiesa di Santa Maria dei Miracoli di Palermo. In seguito, intorno agli anni 1536-1537, si trasferì a Roma, venendo a contatto con la giovane Congregazione dei Chierici Regolari ed entrò al servizio del Cardinale Gian Pietro Carafa, Vescovo di Chieti e Protonotario Apostolico presso la Curia Romana. In rappresentanza del Carafa assunse il governo della Diocesi di Chieti e il 16 marzo 1541 fu nominato da Papa Paolo III Vescovo titolare di Amiclae e Vicario generale della chiesa teatina.

Il 27 luglio 1551 gli fu affidato dal Cardinale Gian Pietro Carafa il governo della Diocesi di Napoli come suo vicario e il 12 ottobre 1551 venne nominato Vescovo di Mottola. Il 23 maggio 1555 il Cardinale Carafa fu eletto Papa, che prese il nome di Paolo IV. Il 5 luglio 1555 richiamò il vescovo Rebiba da Napoli, nominandolo Governatore di Roma. Il pontefice lo elevò alla dignità cardinalizia nel concistoro del 20 dicembre 1555. Gli fu inizialmente assegnato il titolo cardinalizio di Santa Pudenziana. Il 13 aprile 1556 fu nominato anche Arcivescovo di Pisa e Legato pontificio presso l’Imperatore Carlo V e il Re di Spagna Filippo II.

Morto Paolo IV nel 1559, fu eletto Papa il Cardinale Medici, che prese il nome di Pio IV. Per il Cardinale Rebiba iniziò un periodo turbolento e triste, che durò per tutto il pontificato di Pio IV. Fu coinvolto nelle tristi vicende della famiglia Carafa, venne ingiustamente accusato e imprigionato a Castel Sant’Angelo per circa un anno. Poi, trovato innocente, fu rilasciato. Fortemente provato e deluso, abbandonò ogni incarico e beneficio, e si ritirò a vita privata fino a quando, morto Pio IV, il 7 gennaio 1566 fu eletto Papa il suo fraterno amico Michele Ghislieri, che prese il nome di Pio V. Il nuovo Papa lo reintegrò in ogni incarico e gli attribuì i titoli cardinalizi di Sant’Anastasia e Sant’Angelo in Pescheria (1566), che mantenne fino al 1570, quando optò per quello di Santa Maria in Trastevere. Nel 1573 passò all’ordine dei vescovi e alla sede suburbicaria di Albano, e un anno dopo a quella di Sabina. Fu anche Vescovo di Troia e Patriarca latino di Costantinopoli. Papa Gregorio XIII l’8 aprile 1573 lo nominò Inquisitore Maggiore della Chiesa. Morì a Roma il 23 luglio 1577, all’età di 73 anni soffocato da un boccone andatogli di traverso durante il pasto. Fu sepolto nella chiesa di San Silvestro al Quirinale, dov’è ben visibile la tomba e l’epitaffio composto dal nipote Vescovo Prospero Rebiba.

Il nome del Quartiere Rebibbia, sulla via Tiburtina, prima del Casale di San Basilio, nella periferia nord-est di Roma, richiama il casato del Cardinale Scipione Rebiba, proprietario di una grande tenuta che costituiva l’attuale quartiere attorno a Ponte Mammolo.

La tomba del Cardinale Scipione Rebiba nella chiesa di San Silvestro al Quirinale a Roma.

Il Cardinale Scipione Rebiba era riluttante a ordinare nuovi vescovi. Ma i vescovi che lui ha ordinato lo hanno fatto. La più visibile fu l’attività di Papa Benedetto XIII, che negli anni 1724-1730 ordinò 159 vescovi, creò 29 cardinali e li nominò ordinari di importanti diocesi e diplomatici pontifici.

Secondo Charles Bransom, studioso di genealogia episcopale, Scipione Rebiba è uno dei più antichi vescovi dei quali si conoscano con certezza i dati sulle ordinazioni episcopali.

Il 95,6% di tutti i vescovi della Chiesa Occidentale (Cattolica Romana e Veterocattolica) di oggi proviene dalla linea Rebiba, cioè lo pongono al vertice della propria genealogia episcopale, inclusi Papa Francesco e tutti i suoi predecessori ininterrottamente a partire da Papa Benedetto XIII (1600-1669), come anche il Vescovo Adam Rosiek.

Un altro 3,3 % appartiene a una delle numerose linee orientali.

Il restante 1,1% dei vescovi hanno la loro origine tra le altre quattro linee latine, quindi, con pochissimi esponenti viventi:
– linea d’Estouteville, che ha inizio nel 1440, anche denominata linea Francesco della Rovere, con riferimento al capostipite Papa Sisto IV, che fu consacrato vescovo dal Cardinale Guillaume d’Estouteville, cluniacense francese;
– linea Ravizza, che ha inizio nel 1667, anche denominata linea de Lencastre, a motivo della scoperta del capostipite, essa parte da Monsignor Francesco Ravizza, Vescovo titolare di Sidone e Nunzio apostolico in Portogallo;
– linea von Bodman, che ha inizio nel 1686 con Wolfgang von Bodman, Vescovo titolare di Dardano e Vescovo ausiliare di Costanza;
– linea de Bovet, che ha inizio dal 1789 con Monsignor François de Bovet, Arcivescovo di Tolosa. Esistono altre linee, ma estinte in quanto prive di esponenti in vita.

Molti anni di ricerche degli storici sulla successione apostolica hanno mostrato, che la linea Rebiba torna alla Chiesa del Patriarcato di Antiochia fondata dallo stesso San Pietro.

Patriarca Ignazio Petrus III (a destra) con l’Arcivescovoal di Canterbury (centro).

Ignazio Petrus III, Centoventiseiesimo Patriarca di Antiochia e di tutto l’Oriente della Chiesa siro-ortodossa di Antiochia fu lo straordinario anello della linea di successione nella tradizione delle Chiese orientali. La Chiesa siro-ortodossa ha radici di successione comuni con la Chiesa maronita. La successione di entrambe le Chiese risale al Patriarcato di Antiochia fondato da San Pietro Apostolo intorno al 34 d.C. Dopo diversi secoli, tuttavia, questo patriarcato fu diviso. Nel risultato del grande conflitto del VI secolo ne emergono tre correnti:
– siriana, a cui appartiene il Patriarca Ignazio Petrus III;
– maronita, in piena comunione con la Santa Sede soltanto dal XVI secolo;
– melchita.

Questa divisione continua fino ad oggi, ma queste Chiese riconoscono la piena parentela dei loro vescovi, cioè riconoscono pienamente la loro successione apostolica.

Ignazio Petrus III, come i patriarchi maroniti, cercò di essere un padre per i suoi fedeli, condividendone la sorte e portando loro la consolazione e l’insegnamento di Cristo.

Patriarca Yousef VI Emmanuel II Thomas.

Anche Yousef VI Emmanuel II Thomas, Patriarca Cattolico Caldeo è di grande importanza nella conservazione e trasmissione della successione apostolica. Anche le radici della Chiesa Cattolica Caldea, che mantiene la piena comunione con la Santa Sede, risalgono a San Pietro e al Patriarcato di Antiochia.

Esaminando la linea di successione apostolica del Primo Vescovo della Chiesa Cattolica Nazionale in Polonia, Mons. Adam Rosiek, troviamo l’origine della sua consacrazione episcopale nella triplice linea. Tutte queste linee di successione hanno la loro origine nella Chiesa di Antiochia fondata da San Pietro. Quindi, troviamo nella successione apostolica di Mons. Adam Rosiek la linea di tre “Grandi Successori”: la linea Rebiba, di tradizione Cattolica Romana, la linea Ignazio Petrus III e la linea Yousef VI Emmanuel II Thomas.

Questo significa, che la successione apostolica di Mons. Adam Rosiek attraversa anche la Chiesa siriaca, che ha radici di successione comuni con la Chiesa Maronita e con la Chiesa Cattolica Caldea, che sono in piena comunione con la Sede Apostolica.

Nelle Chiese d’Oriente ci sono pochi vescovi che hanno la successione apostolica della linea Rebiba, mentre nella Chiesa d’Occidente è ancora viva la linea dei Maroniti e la linea dei Caldei. Considerando tutto quanto detto, la straordinaria linea di successione apostolica tenuta dal Primo Vescovo della Chiesa cattolica Nazionale in Polonia è – dal punto di vista teologico – segno di unità, una fusione di tradizioni orientali e occidentali. È come se lo Spirito Santo indicasse attraverso questo segno – sulle orme di San Charbel Makhlouf, grande patrono dell’unità di tutti i cristiani e anche grande patrono della Comunità della Chiesa Cattolica Nazionale in Polonia – l’impegno di intense attività verso la piena unità.

Foto di copertina: Cardinale Scipione Rebiba, olio su tela, XVI sec., Biblioteca Apostolica Vaticana.

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